Socc’mel, cazzomerda e grazie: ovvero il concerto dei Foals a Bruxelles.

EPICO. Se andate a cercare questa parola sul dizionario trovate come sinonimo cinque facce di musicisti chiamati FOALS accompagnati dalla parola “concerto”. Il sinonimo di EPICO, dunque, è FOALS IN CONCERTO.

A Edimburgo mi stavo pisciando addosso dalla paura e dall’ansia.
A Bruxelles, prima che iniziassero i Foals, ho detto a Chicca: ” Oh cazzo, ora sbocco l’anima in faccia al nano e lo faccio diventare biondo… Oddio che cazzo di scena orribile! Biondo?? Meglio di no”.
Prima fila, nessuna transenna (roba che se ti spingono finisci in braccio ai musicisti) e davanti a noi c’è l’asta del microfono di Yannis Philippakis (roba che se gli prende male, ti uccide).
Non ho idea di che ora sia, ho l’ansia, un macigno sullo stomaco e poi finalmente si spengono le luci.

Invisible sono un trio di Londra il cui genere è impossibile da descrivere perché in mezzo alla loro musica ci sono tanti e troppi spunti per definire la corrente della quale fanno parte.

Sicuramente sono uno dei gruppi spalla più bravi che abbia mai visto, nonostante la voce dell’omone-frontman sia troppo sottile e resti bassa per tutto il concerto.
Dal punto di vista strumentale sono mo.., scusate SONO MOSTRUOSI e lo scrivo così per rendere al meglio l’idea.

Il genere vaga dal post-rock, per tutta l’importanza che danno alla parte strumentale, al jazz, ebbene si ha pure quest’influenza, al grunge e all’indie-rock più comune con qualche piccolo riferimento all’elettronica.
SONO DAVVERO BRAVI. Punto.

Il pubblico è tranquillo, fin troppo, e il locale, grande quanto le due sale del Covo, è pieno di gente. C’è il sold out.
Sul palco salgono i cinque di Oxford e l’ansia si triplica. Partono con Blue Blood e la scaletta sarà uguale a quella di Edimburgo, scartando Two Trees.
Non mi sognerei mai di fare due concerti con la stessa scaletta, ma sono i Foals e, come per i Franz Ferdinand, questi hanno una grandissima qualità in più che viene a mancare a molte grandi e spettacolari band come Arcade Fire: l’improvvisazione.
Oltre all’improvvisazione, c’è anche la sorellina chiamata imprevedibilità: non si sa cosa voglia fare la band sul palco.
Il pubblico è fermo, un bel po’ moscio… che bello non siamo in Italia: senza transenne, appiccicata ad un palco e proprio ai piedi di quel disgraziato che vorrebbe ballare come Michael Jackson, schizofrenico, che non sta un attimo fermo e ha una spugna di mare sulla testa che gli fa da capelli.

La solita mina vagante, ma questa volta leggermente più calmo perché invece di buttarsi dagli amplificatori si arrampica, scende da una scalinata al lato dove ci sono backliner\tecnici e infine ricompare all’improvviso in mezzo al pubblico, accompagnato bene da quell’altro che si sposta e danzereccia in continuazione, Walter al basso.
A Jimmy parte un pedale dalla chitarra forse montato male e a un certo punto, non sapendo cosa fare, inizia a ballare: avrei voluto filmarlo.

I Foals iniziano a improvvisare, molto più di Edimburgo, e hanno la stessa carica di un mese fa: un loro concerto non potrà mai essere uguale a quello del giorno dopo e nonostante un tour interminabile riescono a mantenersi in forma, almeno sul palco perché all’aftershow… Poveracci, non ce la facevano più.
Rispetto a Edimburgo, la voce di Yannis è migliorata e molto più profonda (grazie al rum che si è scolato?), ma l’uomo al basso… Walter è UN BASSISTA DELLA MADONNA.

Bassista e batterista solitamente vanno insieme e Jack Bevan alla batteria è uno dei più bravi batteristi che abbia mai visto live. Con due braccina così scatena il putiferio.

I Foals sono davvero tutti troppo bravi: Edwin alle tastiere crea quelle melodie schizofreniche che farebbero ballare chiunque, peccato che il pubblico di Bruxelles non fosse ben predisposto per il ballo o i saltelli.

Il delirio e, finalmente, le prime spinte iniziano a farsi sentire solo sulla penultima canzone “Hummer”, in cui noi del pubblico ci preoccupiamo di canticchiare quel “Shine like million” che mancano i back-vocalist e la sottoscritta lancia il telefono a terra per poter ballare come un’idiota (alla fine il telefono me lo riconsegnerà un ragazzo gentilissimo… Dato che lo avevo perso), e ovviamente su quella traccia meravigliosa che è “Two Steps Twice”, la classicona che chiude il concerto e che in questo caso fa impazzire-partire di testa-arrivederciegrazie.
Electric Bloom, però, è la canzone “da paura” sia per l’improvvisazione, sia per il fatto che SpongYannis prima inizia a spaccare le bacchette su un tamburo (ora capisco le 2000£ spese per le drumsticks), poi si arrampica e infine me lo ritrovo di fianco, dopo essersi buttato tra la gente cercando di passare da qualche parte (dove sono io è un po’ impossibile dato che ci sono gli amplificatori e in mezzo l’asta del tuo microfono, vedi tu!). E’ incazzatissimo Yannis e su questa canzone vuole esplodere, sia a livello vocale che corporeo: impressionante come sempre.
L’altra canzone della madonna che colpisce e avvolge tutti i presenti è Spanish Sahara, eseguita alla PERFEZIONE, ancora una volta, e cantata a un volume improponibile dalla sottoscritta che lascia un polmone ai piedi di Yannis.
I Foals si sono mostrati, ancora una volta, la miglior band del 2010. Sono incredibili e non hanno bisogno di uno spettacolo premeditato e uguale ad ogni singolo concerto per coinvolgere il pubblico: a loro basta salire su un palco e improvvisare, o buttarsi… In tutti i sensi.

A fine concerto li si aspetta fuori, con altre due ragazze del Belgio conosciute al concerto, per scambiarci due chiacchiere e a farci dire dove sarà l’aftershow con dj set di quell’altro pazzo-geniale uomo di nome Dan (colui che ha dato vita ai Caribou), Edwin e Dave, voce Invisible.
Yannis esce e parlando di Grecia, cibo, Italia, italiani in Grecia e roba simile, ci dice poi che l’unica parola che conosce in italiano è “vaffanculo”: davvero?? Non me lo sarei mai aspettata. L’uomo spugna non riesce nemmeno a dire “grazie” ma solo “grazi” e “grazia”, solo dopo le lezioni della sottoscritta e al terzo tentativo riuscirà a dirmi un “grazie”.
La parola dopo che mi viene in mente, grazie al gin bevuto alla goccia, è l’intercalare bolognese che esprime meraviglia ma è di una certa volgarità: “socc’mel”. Dopo averglielo ripetuto due volte, lo ripete alla perfezione includendo l’accento inglese ben marcato.
Bravo Yannis, ora ne sai tre di parole.
Dopo le minchiate sparate da questo ragazzino di 24 anni, in realtà ne mostra dieci in più ma va beh, si arriva alle cose serie: io e Simo siamo a Bruxelles. Siamo andate per i Foals prima a Edimburgo e ora a Bruxelles, dall’Italia. I Foals in Italia ci tornano?
Yannis ci dice che certi posti è meglio saltarli e che l’Italia è un buon posto per le vacanze (= no grazie, l’esperienza del 2008 è stata una merda e vengo lì giusto per passare le vacanze).
Dopo questo gli dico che fa bene e che non ci sono problemi: tanto li seguo all’estero!

L’aftershow è un devasto: io, Simo, Martina e Lidjia arriviamo a questo Magasin4, un locale più piccolo dell’estragon, ma meglio organizzato, dove a mettere su buona musica ci sono Caribou, Edwin e infine Dave.
Un’ondata di pura elettronica fuori di testa invade il locale, in cui la birra costa meno di due euro e non sà di marcio come quella del covo, e tra il dj set di Edwin e quello di Dave finiamo sul palco grazie a colui che prima ci ha fatto entrare al Botanique per il concerto e poi in questo Magasin4.
Conosciamo batterista degli Invisible, un vero e proprio gentleman e amante del Chianti, che ci fa conoscere un backliner dei Foals: con questi tre finiamo tutte sul palco del dj set e balliamo\beviamo\scrocchiamo birra.
Un tizio della security, che parla in francese e IO NON CI CAPISCO NIENTE, anche perché in corpo ci avevo litri di alcool, ci invita ad andarcene dopo un quarto d’ora: a un certo punto un nano con la spugna in testa mi guarda e urla “No no, stay here” seguito da “Sorry but he has no power” e seguito da “Security man is a dickhead”. Yannis è UN MITO.
Dopo pochi minuti, però, si rientra di nuovo sul palco del dj set, grazie a un dj del posto che dice al “dickhead” che è tutto apposto e che siamo con loro = edwin-yannis-dave-johnny e compagnia.
Si balla, si beve e si scroccano litri di birra di nuovo.
Finisce il dj set di Dave, strepitosa “Spanish Sahara” remixata, e si torna giù dal palco.
I Foals, musicisti, se ne vanno ma restiamo sempre in ottima compagnia con Invisible e i due che lavorano con i foals: si parla di musica, dell’alcool, della situazione di merda che c’è in Italia (conoscono bene lo scandalo “bunga bunga” e il fatto che il nostro presidente di ‘sta ceppa stia distruggendo l’Italia), dei concerti in zona e delle tre parole in italiano in questione: “grazie”, “cazzomerda” (che gli ho tradotto come una sottospecie di holycrap) e il solito intercalare. Le lezioni di italiano funzionano bene e bastano solo due tentativi per sentire queste parole con un bellissimo accento inglese (contate che in corpo avevo litri e litri di alcool e niente sangue).
Tornando al discorso “concerti in Italia”, il batterista degli Invisible, che sostituisce “l’originale”, ci dice che verranno a Bologna presto (a quanto pare sono stata piuttosto convincente parlandogli dell’ottimo vino rosso che c’è), mentre qualcun altro ci ripete che al momento i Foals in Italia non ci vengono perché vendono poco e sono sconosciuti…
Scoppio a ridere perché gli Invisible sono i veri sconosciuti in Italia, ma anche in questo caso si ripete il concetto “Nessun problema, vi seguiamo volentieri per l’Europa”.
Tra ragazzi più provoloni, che ci provano alla fine anche in maniera spudorata e senza un briciolo di buon senso bruciato dall’alcool, e altri più timidi e veramente gentlemen si torna ubriache marce in hotel dal quale ne usciremo un’ora dopo, alle 6, per andare a prendere un aereo.

Com’è Bruxelles?
Ma che ne so e chi l’ha vista poi. Quello che so per certo è che l’evento di sabato sera è stato un qualcosa di EPICO.

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Della serie “Cosa-non-si-fa-per-i musici?!”

Venerdì scorso sono finita in un locale in culo ai lupi, mi verrebbe da dire quasi “in tutti i sensi”, lontano da qui…E giusto per chi?
Per Adam Ficek…
“No, chi?!”.
L’ex batterista dei Babyshambles, quello del progetto Roses Kings Castles, quello più “normale” e meno “tossicone” dei Babyshambles e non più tanto amico di Peter Doherty.
Adam Ficek è stato buttato fuori, o lo ha fatto di sua spontanea volontà, dai Babyshambles e si dedica al suo progetto da solista\roseskingscastles\dj electroindie.
E’ un uomo che sa fare tutto e data la mia stima nei suoi confronti, dovevo per forza vederlo… Sì anche in quel “Georg” (non George) Best Club in culo ai lupi. Inutile dire che mi sono persa e ci ho messo almeno un’ora e mezza solo per trovare quella merda di locale, che si rivelerà una pizzeria-ristorante… Altro che locale!
Alle 23.30 arriva Adam Ficek e ci teniamo compagnia, dato che ero l’unica “fan” o colei che doveva intervistarlo e intanto si vergognava tantissimo per paura che Adam non capisse niente di quel robo in inglese, ad aspettarlo.
Adami mi dice che è preoccupato, mi dice più volte che è un posto strano e che se fossimo stati in Inghilterra eravamo a un matrimonio. Gli dirò che è un ristorante e che ci sono tavolate per compleanni e simili, anche perché i matrimoni all’italiana insomma… Sono assurdi.
Adam voleva un club indie e anche per l’intervista mi dice che è preoccupato perché non c’è un posto tranquillo: scegliamo la mia macchina con un freddo glaciale e varie bestemmie nei confronti del localedimerda.
No va beh ci sono più amici della ragazza al bar, piuttosto che fan del Ficek (in tutto al suo concerto arriveremo a 4… sui 25 presenti).
Adam suona mezzora e cerca di fare bene il suo lavoro sul palco. La parte del “musicalmente parlando” e “l’intervista”, in cui il signor Ficek capirà tutto (incredibile, sono commossa. Il mio inglese è comprensibile, che bello) è qui .
Finito il concerto mi augura un buon ritorno a casa, sì peccato che la guardia di finanza mi abbia fermata quattro volte in meno di un’ora.
Adam Ficek è un buon singer-songwriter e per questo “lavoro” è sicuramente meglio del suo amichetto Barat, che funziona meglio come cantante dei Libertines.

E per continuare il discorso:
1. Per i musici si fa qualsiasi cosa, anche vendere un rene per andare a vederli in concerto;
2. SI VA FINO A BRUXELLES O A EDIMBURGO PERCHÈ NON VERRANNO MAI IN ITALIA;
3. Si fanno 20000 km in una sola sera, da soli e con bestemmie incluse sperando che non venga un colpo di sonno per la stanchezza;
4. Poi si fa altro, ma forse è meglio che mi fermi qui.

(Ah sì vado a Bruxelles a rivedere i Foals).

I need more sleep.

Dopo i Crystal Castles, questi di sopra sono stati la prima band vista nel weekend, ovvero gli Swimming o coloro che hanno aperto al Barattolo.

Poi c’è stato questo Libertino

accompagnato dalla sua nuova band.

Poi ci sono stati loro

di cui ho parlato qui.

A concludere il mio sclero\concerti (3 concerti in 3 giorni o 4 concerti in 5 giorni), ieri sera, ci sono stati i leprotti…

…di cui ero già abbastanza innamorata. Dopo ieri sera…
Sì un’altra fissa. Che palle. Sono anche questi scozzesi, guarda un po’ di Glasgow.
Proverò a scriverne meglio, dimenticando la sensazione “fa’ gli occhi a cuore e incantanti mentre suonano”, domani sul blog della Goldmine.

Prossima settimana mi aspettano gli interpol, penso-spero-forsemanonloso, e sicuramente quell’uomo adorabile chiamato Adam Ficek, venerdì solista a Cesena.

Quattro concerti in cinque giorni, però, sono la pura rappresentazione della distruzione fisica e mentale: sembra mi sia fumata un arbusto e abbia bevuto litri di alcool.
Devo recuperare almeno un giorno di sonno. ALMENO EH.

L’uomo rigatone.

Ieri sera ho scoperto una cosa, ovvero di essere in grado di sostenere una buona e corretta conversazione in inglese senza abusare di alcool.
Ho dei lividazzi e graffi sparsi in tutto il corpo che nemmeno un concerto punk possono dare. No.
Alcuni sono dovuti al concerto dei Crystal Castles, quelli su spalle e braccia, ma altri, su fianchi e graffi assurdi sulle gambe, causati dal concerto di Carletto Barat e la sua band.
Ero davanti ovviamente, da amante dei Libertines stare dietro avrebbe significato tragedia pura \ “che palle voglio andare davanti”.
Prima di Carl ci sono cinque ragazzotti inglesi, di cui uno spudorato..ehm, chiamati Swimming.
Questi giovinetti fanno la solita indie ma con piccoli effetti sperimentali e non sono per niente male, anzi credo che diventeranno una nuova fissa della sottoscritta. Togliamo via il “credo”.
Dopo una mezzoretta per il cambio di strumenti, salgono sul palco cinque elementi, la nuova band di Carl, e il libertino, come ogni frontman, sale sul palco del Covo per ultimo tra tanti applausi e urla isteriche in grado di far partire anti-furti e simili.
Carl e la sua band presentano venti tracce che vanno tra classiconi dei Libertines, quindi il massacro che ti fa finire direttamente ai piedi dei musicisti, le sue canzoni da solista e BangBangYou’reDead dei Dirty pretty things.
Sui Libertines sono una drogata senza buon senso, i pochi neuroni del mio cervello si sono fottuti con quella droga musicale e solo ora mi rendo conto di quanto cazzo male mi facciano fianchi e gambe, non per dire ma i miei pantacollant sono andati a farsi fottere col mio cervello.
Bravo Carlos, mai quanto Peter che reputo un ottimo singer-songwriter-poeta, sostenuto da una band con ottima tecnica.

Indimenticabile è il tempo passato a chiacchierare, tipo un’oretta, con la band di Carl, Carl e gli Swimming. Non sono mancati i provoloni. Diventerò una groupie e finirò tipo su quel libro da Feltrinelli International che parla di ragazze e capelloni “I Pooh ci fanno schifo, sono meglio gli stranieri” (la musica italiana e i musicisti italiani fanno schifo, sono sempre meglio gli inglesi).
Credevo che peggio di peter Doherty non ci fosse nessuno, ma l’uomo dei rigatoni (Carl che confessa di amare i “rigatoouuuni”) non è di certo messo meglio con la testa.

La roba più o meno seria sarà su Radionation

I went to Crystal Castles concert and…

… e mi sono uccisa.
Nemmeno per i Bad Religion, per i QOTSA, per i Social Distortion e per chissà quale altro punkettone ho mai pogato, e mi sono fatta uccidere, così tanto durante un concerto.
Tutto inizia con i Male Bonding, ancora mi chiedo che cazzo c’entrano con i Crystal Castles ma mi piacciono abbastanza quindi pazienza, band inglese che nasconde un sacco di rabbia nella musica che fanno… Almeno per i live.
Con loro inizia il pre-massacro, quel pogo leggero ma imprevedibile che se ti coglie impreparato rischia di farti cadere a terra o prendere una gomitata in pieno volto.
I Male Bonding sono una band che live mostra di più che su album: nel live sono decisamente più potenti e mettono in mostra qualche sfumatura di sano punk, niente di eccezionale ma molto coinvolgente, che fa impazzire quel pazzo-malato pubblico di quel locale di merda chiamato Estragon.
Bravi i Male Bonding. Bravi, davvero, e molto coinvolgenti. Peccato le teste di cazzo presenti all’estragon che si sono messi a pogare tra una band e l’altra. Ovviamente. Cosa si deve pretendere dal pubblico dell’estragon se non botte inutili quando si ha un cambio di palco?!
Ok basta. Teste di cazzo.
Passiamo ai Crystal Castles.
Non so quanti lividi avrò sparsi per il corpo entro le prossime ore, ma sono veramente contenta di averli.
Questo duo\trio, sì perché c’è anche un batterista, spacca il marmo e il cemento armato.
Live sono a dir poco mostruosi e una delle band più coinvolgenti che ci possano mai essere in circolazione e chi dice che fanno schifo.. Non ha proprio capito niente o non li ha mai visti in concerto.
Sono dei malati. Alice non riesce a buttarsi tra il publico, come fa ad ogni concerto, per un problema alla caviglia ma resta comunque una grande donna, piena di energia e carisma.
Però…i synth e tutti gli aggeggi elettronici vincono su voce, batteria e tutto il resto, creando un’atmosfera quasi surreale e malata.
Ho male alle gambe, credo di aver perso almeno 2kg e sono un livido vivente: bene, sono ancora in grado di affrontare il pogo devastante, quindi penso che ai prossimi concerti mi distruggerò come si deve (per Carl Barat mi sembra impossibile, per Adam Ficek pure, per gli Interpol non ne parliamo… Ok devo aspettare i Kings of Leon per massacrarmi ancora, ok).
qui ho provato a scrivere roba sensata sul concerto.
I Crystal Castles comunque spaccano e tanto.
Ciao.

You can dance…with The Cinematics.

Premessa: ancora non mi sono ripresa dal concerto dei Foals. No. Questo perché la band del Philippakis è PERFETTA live. Credo che nessun altro gruppo mi abbia fatto sentire certe cose durante un concerto. Ho già capito che non potrò mai scrivere una recensione “oggettiva” su questa band, un po’ come per i Franz Ferdinand o gli Interpol. Tragedia. Un’altra band tra le fisse assurde.
Questo per dire che sono ancora abbastanza rincoglionita dal concerto dei Foals e che forse non ce la farò a scrivere qualcosa di sensato sulla band che ho visto al Covo qualche ora fa.

..Eh?
No ok. Dopo aver visto questa foto CHE HO FATTO IO credo di riuscire a scrivere qualcosa di decente e sensato sulla band di Glasgow guidata proprio dal ragazzotto nella foto, Scott Rinning.
Ad aprire ai The Cinematics ci pensano i Joy Cut, la band italiana che inaugurò l’I-day Festival lo scorso settembre.
La band italiana propone un Indie Rock particolare con spunti sperimentali e devo ammettere che è cresciuta tanto rispetto a qualche mese fa, quando gli unici ad applaudirli erano genitori o fidanzate. Da migliorare resta la voce che in alcune canzoni, non tutte eh, non rende per niente.
Comunque sia è un gruppo che vale e che si spera migliori ancora nel tempo, dato che di band italiane emergenti\giovani decenti in circolazione ce ne sono davvero poche.

Passiamo alla band di Glasgow, questi The Cinematics, che su album riprendono troppo in riferimento l’ondata del Post-Punk revival e dichiarano in continuazione il loro amore infinito e profondo per i Joy Division.
Non è un caso se ho messo in grassetto quel “su album”, questo perché la loro musica tradotta in live è tutta un’altra cosa.
La band di Glasgow quando si ritrova su un palco mostra un’attitudine completamente diversa e più che ricordare la band di Ian Curtis, ricorda invece quella di un certo Alan Donohoe (Rakes) o quella dei loro vicini di casa Franz Ferdinand.
Le canzoni dei Cinematics durante il live sono piuttosto spensierate e danzerecce, per questo bisogna anche apprezzare e ringraziare il buon carisma e l’energia del frontman che cattura l’attenzione del pubblico bolognese grazie a balletti, mossettine varie e una buona dose di affetto nei confronti della città (anche noi ti vogliamo bene Scott).
Con poca tecnica e canzoncine semplici e carine, pezzi nuovi compresi, la band scozzese riesce a conquistare e a farsi amare dal proprio pubblico, un buon pubblico a differenza di altri.
Una band che deve essere vissuta e che merita tanto live e meno su album.

Ora mi piscio addosso!

Due secondi prima che iniziasse “Blue Blood” ho urlato, e meno male che erano tutti scozzesi gli altri intorno, a Chicca proprio il “Ora mi piscio addosso”.
In realtà non avevo proprio quello stimolo eh, ero solo troppo emozionata. Forse troppo emozionata da farmi venire un attacco d’asma improvviso, e meno male che avevo il ventolin.

Il 30 ottobre sono arrivata qui proprio con Simo:

Questa nella foto è Edimburgo, una città meravigliosa con gente meravigliosa e un freddo impossibile da affrontare.
Risate a non finire, freddo gelido al quale mi sono adattata alla perfezione, pioggia devastante e ballerine ai piedi, arti distrutti, cazzate sparate al secondo: tutto questo fa parte dei 4 giorni nella città scozzese passati con la mia compagna di viaggio, Simo.

Motivo del viaggio solo uno, solo una band: Foals.
“Chi cazzo sono i Foals?” Nel nostro paese non sono conosciuti come all’estero, ma questi hanno tirato fuori l’album più bello del 2010, si girano mezza Europa tra novembre e dicembre, senza venire in Italia, e la loro musica ha fatto ciò che hanno fatto tanti amici in questo periodo per me (=sollevarmi\\sopportarmi\\supportarmi).

Il giorno del concerto è un delirio dietro l’altro. A parte che noi italiani ci presentiamo davanti al luogo dell’evento ore e ore prima, mentre gli scozzesi\inglesi no: le prime persone per il concerto dei Foals al HMV Picture House arrivano 5\10 minuti prima dell’apertura porte e la fila è PERFETTA, senza coglioni che passano davanti, spingono o via dicendo.
Ci sono tre ragazzi italiani in Erasmus che ci danno delle pazze solo perché “il motivo principale del viaggio è il concerto dei Foals”: non saranno gli unici.
Si entra in maniera ordinata e tranquilla nel locale, parecchio largo ma non grandissimo, che verrà riempito completamente prima dell’esibizione dei Toro Y Moi.
Ad aprire le danze ci pensano i PetMoon, band dell’ex puledro Andrew Mears, arrivata al loro quinto concerto.

Il trio di Oxford presenta un Math Rock piuttosto particolare, con ottimi arrangiamenti e una discreta presenza scenica: questi tre ragazzi se la cavano piuttosto bene per essere agli inizi!
Andrew Mears ha una voce singolare che varia da canzone a canzone, a tratti piace tanto ma in altre occasioni un po’ meno, e che si mostra essere un buon frontman.
Dopo tre canzoni dei Kings of Leon, che segnano il passaggio da una band all’altra, sul palco del locale scozzese arriva un altro trio, quello dei Toro Y Moi.

Questa band sperimentale-elettro è davvero molto valida, capace e capitanata da un altro frontman giovanissimo alla voce\synth.
La band crea atmosfere sognanti e poco danzerecce che catturano, e tanto, l’attenzione di chi sta ascoltando: sono veramente bravi, la voce è molto semplice e pulita e le sonorità sono molto suggestive.
Finiscono loro e io inizio a preoccuparmi seriamente.
Prima una sottospecie di attacco di panico che mi fa mancare il respiro, ma per fortuna ho la mia droga che mi aiuta, e poi la frase-titolo del post in questione.
Sto male, di testa, e l’unico posto in grado di gestirmi in quel momento è un manicomio.
Luci basse, fumo maledetto e i magnifici cinque che salgono sul palco. Io e Simo siamo sotto al nano greco, che detta così…

Iniziano con l’intensa Blue Blood e mi sento morire dentro. Sono paralizzata, non riesco a fare niente e solo a metà canzone inizio a cantare.
A un certo punto mi accorgo di essere osservata dall’alto, molto in alto dato che quell’uomo è un vatusso, dal bassista dei Foals, Walter, che mi fissa peggio di un maniaco.
Inizia “Olympic Airways” e la sottoscritta si sblocca: inizio a muovermi e a cantare, insieme a pochi altri dato che l’ambiente al lato sinistro del palco è tranquillo, e noto ancora che quel gigantone mi\ci fissa.
A un certo punto mi sveglio e mi rendo conto di quanto siano bravi Yannis, Jack, Walter, Jimmy e Edwin.
Continua il concerto e ho i brividi seguiti da pelle d’oca perché non realizzo e non posso credere a ciò che stanno facendo questi cinque di Oxford sul palco.
Il loro genere è fuori dal normale: c’è tantissima improvvisazione e tanta tecnica nella loro musica, si potrebbe parlare di progressive rock à la foals ovvero con netti riferimenti all’elettronica ed effetti piuttosto suggestivi.
La presenza scenica è allucinante: anche se ci fosse uno solo di loro su questo palco, riuscirebbe a tenere tra le mani l’intero pubblico della location.
Yannis è un pazzo schizofrenico con una voce MOSTRUOSA e con un corpo pieno di rabbia pronto ad esplodere… Ed esplode alla perfezione dopo Total Life Forever: corre in giro per il locale, fa le scale e arriva sulle balconate, dove vorrebbe buttarsi giù per nuotare tra il pubblico ma la sicurezza lo blocca dato che il posto dal quale vorrebbe buttarsi è troppo in alto; torna giù velocemente per le scale, scivolando e dando una culata a terra (lui già è basso, se poi cade non lo si vede più), ma poi si rialza e torna sul palco per terminare lo sfogo di rabbia (Two Steps Twice). Su Electric Bloom sale sugli amplificatori, non sa come scendere, e poi spicca il volo rischiando di rompersi ginocchia\caviglie; rischia, poi, di ammazzare più volte Jimmy, alla chitarra, col microfono; poi balla, si scatena, salta, urla, picchia su un tamburo come se vorrebbe spaccarlo, strimpella, vorrebbe lanciare qualsiasi cosa per aria, vorrebbe uccidere qualcuno.
Un frontman che va oltre all’essere frontman. E’ geniale. E’ un pazzo.
Vogliamo parlare di Walter al basso? E’ un mostro e segue quell’altro ragazzotto rossiccio che picchia e pesta come se avesse Satana (Dave Grohl) in circolazione nelle sue vene: sicuramente è uno dei migliori batteristi del momento.
Edwin alle tastiere, intanto, crea quelle melodie psichedeliche che farebbero ballare pure un sasso e Jimmy mostra grande tecnica alla chitarra, si muove tanto e rischia la morte più volte.
Spanish Sahara è la canzone del 2010, intensa e un crescendo di emozioni: si urla e,allo stesso tempo, vedo gente che si asciuga le lacrime e poga (Sì, nel mezzo si poga ma non è come il massacro in Italia).
Prima di Two Steps Twice, che chiude il concerto, arriva una delle due canzoni inaspettate, ovvero Hummer (l’altra è What Remains che mi fa paralizzare di nuovo): Hummer è meravigliosa, ma quei grandissimi pirla dei back-vocalist si sono dimenticati del “shine like million”.
Il concerto dei Foals si rivela un’esplosione, a livello vocale-strumentale e corporeo, intensa caratterizzata da armonie e ritmi a tratti leggeri e, altri, molto coinvolgenti e ricchi di emozioni tutte diverse, urlate a pieni polmoni da quel FRONTMAN che fa PAURA tanto che è bravo.
L’età media è di 26 anni: trovare un gruppo che a ventisei anni fa concerti con un’energia del genere è davvero raro.
Live, quasti puledri selvaggi, sono una band superlativa e con un carisma unico, ai livelli di altri gruppi che fanno musica e concerti da anni e anni.
Band da rivedere e che fa venire la pelle d’oca.
Mi verrebbe quasi da dire che su album i Foals fanno veramente schifo rispetto al live: se non avete visto i Foals in concerto, non potete capire.

Setlist
1.Blue Blood
2.Olympic Airways
3.Total Life Forever
4.Cassius
5.Balloons
6.Miami
7.After Glow
8.2 Trees
9.What Remains
10.Spanish Sahara
11.Red Socks Pugie
12.Electric Bloom
Encore:
13.The French Open
14.Heavy Water \ Hummer
15.Two Steps, Twice