there’s a million better bands

E’ raro che mi metta a scrivere di musicisti e di gruppi italiani su questo blog pieno di musica indie-minchia proveniente da tutto il mondo, fuorché l’Italia.
Eppure di band italiane valide, che cantano in inglese e con sound poco nazionali, ce ne sono tante.
Parto col parlarvi di “There’s a Million Better Bands”: un’affermazione da indie snob (scorso anno l’ho ripetuto almeno una decina di volte solo nel parlare dei Vaccines) che è anche il titolo dell’album di debutto della band di Bologna Altre di B.

L’album non è niente di nuovo, ma questo non da intendere come un parere negativo o un copia-incolla di altre band (del resto: there’s a million better bands, no?): indie rock con un retrogusto di -più-pop -che- punk (forse a causa della voce particolare) e un tocco da Altre di B che comprende attitudine-energia-chiamatelacomevipare dei cinque che la si coglie solo live (indi per cui andate a vederli in concerto).
Le influenze riprendono un sound più internazionale, poiché di italiano questi B hanno solo la nazionalità, che vanno da Tokyo Police Club agli Arctic Monkeys (e io ‘sta cosa non me la tolgo dalla testa da quando li ho visti prima dei Pete and The Pirates 2-3anni fa) più sbarazzini e diretti.
Proprio questo essere fluidi sorprende e fa ascoltare questo “There’s a Million Better Bands” in loop e senza far saltare una canzone.
Un album coerente, a tratti pieno di (auto)ironia e con una canzone il cui titolo è “Haruki Murakami” (e, almeno per quanto mi riguarda, l’intero album merita solo per una canzone del genere).

Tracklist

01. Haruki Murakami
02. Milky moustache
03. Pillow fight
04. No present for your birthday
05. Dogs and bald people
06. Thanks for diabete
07. Midsummer
08. Flowers
09. On the hard shoulder
10. Super Mario

La seconda band è quella dei The Puppet Ears, anche loro di Bologna e anche loro sul genere delle Altre di B ma senza synth.
Ancora la band non ha un album, ma vi assicuro che sono molto produttivi e hanno all’attivo un EP omonimo.

Anche in questo caso si presenta un genere poco italiano e molto più indie-rock made in UK: la chitarra del vocalist scivola via velocemente e il sound resta piacevolmente conficcato in testa già al primo ascolto.
Le sonorità di questo trio viaggiano tra l’indie e -più o meno- il garage rock; se poi vi capita di assistere a un loro live vi verranno in mente i primi Franz Ferdinand, The Rakes (…*) e The Fratellis.
Altra band che ama l’ironia, il cazzeggio (a livello di testi, perché i “cazzoni” nel senso letterale del termine sono altri) e quella -nel loro caso- qualità chiamata disinvoltura.

Tracklist

1. The Game
2. Fine Arts
3. This Time of The Year
4. Cappuccino Coffee
5. Vex

(*: mi mancano i the Rakes. E voi non potete nemmeno immaginare quanto). (E mi mancano anche i The Cinematics).

S.C.U.M @ Covo Club

ATTENZIONE!: dopo tanto mi metto a sparlare di una band. Anche se va contro le mie credenze da indieminchia (diamo una possibilità, o anche due-tre, a una nuova band), questa volta la delusione ha avuto la meglio.
E altra cosa: prima degli S.C.U.M ho avuto l’occasione di vedere i The Horrors (Rock en Seine).

Venerdì sera ho assistito al concerto di una delle band più in voga negli ultimi mesi, almeno per quanto riguarda il genere Post-Punk Revival e Art Rock: i giovanissimi S.C.U.M che presentano sul palco del Covo il loro (bellissimo) esordio “Again Into Eyes”.

Di questa band hanno parlato in tanti, sempre in maniera molto positiva come se fossero l’innovazione in carne e ossa, ma, come dico sempre, è live che bisogna testare la validità e la grandezza di una band.
Gli S.C.U.M sono capitanati da Thomas Cohen, frontman che sul palco ricorda, e non poco, Faris Badwan dei The Horrors.
Sfortunatamente il live non mi entusiasma granché, sonorità a parte che riescono sempre e comunque ad attirare la mia attenzione forse proprio perché uno dei generi che più adoro: sono la copia più giovane della band di Faris; la voce del frontman inizialmente non si sente e, quando finalmente le questioni tecniche si risolvono, arriva un Brian Molko con un palo ficcato chissà dove (immaginate) che canta; addirittura anche Huw Webb si muove come il fratello (Spider Webb).

Quello che più infastidisce della band, oltre alla voce che si spera possa migliorare con l’esperienza, è il loro atteggiamento sul palco; cioè: sono davvero una seconda versione di altre band del genere (sound ripetuti e giochi di luce copiati che creano le atmosfere evocative tipiche di questo revival) e questo può far pensare a una ben poca immaginazione e creatività.
Gli S.C.U.M non sono da escludere completamente come live band, poiché si possono prendere in riferimento le sonorità, nonostante siano ben lontane dall’innovazione e vengano ripetute più volte nel corso dello show, molto cupe, sognanti e in grado di coinvolgere i presenti; inoltre si nota l’energia della batterista, l’unica che improvvisa leggermente di più rispetto agli altri componenti, e l’espressività del gruppo che mostra -almeno- qualche piccola emozione.
Potete amare la bellezza del frontman e potete giustificarli con la loro voglia di eseguire un genere che non sempre “suona bene” in certi locali, oppure con un ” ma sono giovani e hanno bisogno di esperienza”: questi ragazzi devono trovare una propria strada da seguire e suonare live il più possibile, o si può affermare con sicurezza che sono solo la solita band revival da studio.

Foto

The end of all things

The end of all things. Lo so: è un album del 2011. Lo so: gli indie snob tendono a lasciarsi indietro il 2011 e catalogare ormai solo album del 2012.
Sono in ritardo di qualche mese, ma dato che in pochi ne hanno parlato mi sembra giusto scrivere di quest’album e di questo progetto, Tropic of Cancer, creato da un duo che su lastfm si descrive così: Camella Lobo & John Mendez, a.k.a. Silent Servant. Solo i due protagonisti, niente indizi sulle influenze e sul genere trattato: quello che conta davvero è ascoltare.

Un album -quasi- tutto incentrato sull’aspetto strumentale, nonostante la presenza vocale improvvisa e piuttosto inquietante.
The end of all things, ovvero un titolo che non promette niente di buono e niente di allegro (musicalmente parlando): i Tropic of Cancer, infatti, si dedicano a un genere cupo, innovativo, new\dark wave (à la Cold Cave) mescolata a shoegaze.
Le sonorità dell’album sono molto suggestive e creano una sorta di nebbia dalla quale si cerca, inutilmente, di fuggire; queste atmosfere cupe sono perfettamente accompagnate dal turbamento interiore dei due protagonisti che esprimono un certo disagio nei confronti della vita e una poca fiducia nei confronti del mondo circostante.

Awake

“Awake”, la penultima traccia, è la canzone della rinascita e quella che esprime più “voglia di vivere”, ma non illudetevi: proprio all’ultimo, con “Chrome Vox”, si ricade nell’oblio.
“The end of all things” non è un album, ma un vero e proprio incantesimo che cattura e affascina chi lo ascolta.

Tracklist:

01 – The Dull Age
02 – Victims
03 – Be Brave
04 – L.O.V.E. Feelings
05 – Distorted Horizon
06 – Awake
07 – Chrome Vox

Given to the Wild

attesa[at-té-sa] s.f.
1 Lasso di tempo che intercorre tra il preannuncio di un evento e il suo verificarsi: a. di una notizia; stato d’animo di chi aspetta: a. penosa || sala d’a., sala d’aspetto

Il primo post del 2012 è strettamente collegato proprio a quest’attesa, ovvero un aspetto contrastante della vita che può essere stupendo \ orribile a seconda della situazione.
Sarà stato questo periodo interminabile, l’amore nei confronti di questa band, o semplicemente perché non vedevo l’ora di scrivere qualcosa su questo nuovo album: “Given to the Wild” dei raggazzoni di Brighton The Maccabees.

Orlando Weeks, Felix e Hugo White, Rupert Jarvis e Sam Doyle sono giunti a una maturazione più o meno completa, passando prima per una indie-rock à la Libertines e riprendendo, poi, gli Arcade Fire, realizzando questa nuova uscita discografica Given to the Wild.
Il primo ascolto mi ha lasciata un po’ “così”, in termini da nerd potrei usare il “meh”, soffermandomi solo sulla bellissima traccia numero quattro “Ayla”.
Dopo più ascolti l’album cresce, ma i The Maccabees dovranno comunque fare i conti coi vecchi fan che sicuramente non potevano immaginare un cambiamento così marcato nella musica della band.
Tra le influenze principali, a parte qualche piccolo aspetto elettro e una intro molto à la Sigur Ros, ci sono: Coldplay, soprattutto alla voce e in alcuni sound molto pop; gli Editors, a tratti alla batteria e in certe note regalateci dai fratelli White; gli Snow Patrol.
Una crescita a livello di sonorità, malinconiche e molto riflessive, che tendono essere meno complesse, più dirette e fatte apposta per un pubblico molto più ampio.
Non l’album dell’anno e nemmeno la perfezione assoluta, ma i The Maccabees con questo “Given to the Wild” mostrano una profonda crescita, e non solo musicale…

Tracklist

1. Given to the Wild (Intro)
2. Child
3. Feel to Follow
4. Ayla
5. Glimmer
6. Forever I’ve Known
7. Heave
8. Pelican
9. Went Away
10. Go
11. Unknow
12. Slowly One
13. Grew up at Midnight

Music is my hot hot sex

Le CSS esagerano un po’ (o forse no?) nel parlare di musica come “hot hot sex”, ma se ho ascoltato circa 430 album forse un motivo c’è (soffro d’insonnia e spesso e volentieri ascolto qualche album invece di studiare).
Non faccio classifiche (alquanto inutili dato che la musica è soggettiva) e vi consiglio gli album che mi hanno più colpita\entusiasmata\emozionata quest’anno.

Chapel Club – Palace. Non paragonateli ai (più morti che vivi) White Lies. I Chapel Club ripropongono note sempre del genere post-punk e new wave revival, ma realizzando un album più introspettivo, quasi strappa lacrime e ricco in sensazioni ed emozioni.

Is Tropical – Native To. Lo ascolti e ti metti a ballare per 40 minuti circa.

Solita indie-elettro, ma c’è un animo pop piacevole che conquista e trascina.

James Blake – s/t. Devo ammettere una cosa: ho iniziato ad ascoltare questo bel giovincello perché esteticamente mi piace(va) alquanto.

Oltre al fattore estetico, successivamente, ho scoperto che questo producer londinese ha una gran bella voce soul che si unisce a sound (ovviamente elettro) cupi ed intensi.
Un artista davvero affascinante.

SBTRKT – s\t Un altro esordio -guarda un po’- dubstep piuttosto coinvolgente.

Anche qui abbiamo una voce intensa, profonda e soul che si mischia a sonorità elettro-sperimentali che rendono decisamente meglio live rispetto ad album.

Twin Sister – In Heaven. Che album pop semplice e sognante.

Un album dolcissimo che scorre via in soli 35 minuti regalando un’atmosfera fiabesca. Così dolce che si ascolta volentieri ad occhi chiusi.

Blouse – s\t. Ancora un esordio piacevole, ancora musica pop e ancora atmosfere surreali.

Nonostante la delicatezza delle canzoni, bisogna anche tener conto dei riferimenti new wave e a qualche aspetto più “inquietante” del pop.

Cold Cave – Cherish the Light Year.

Tutta colpa dellla creatività e la voce profonda-orgasmica di Wesley; di quelle sonorità che cercano di essere poco americane e molto british; dell’armonia delirante di “Confetti”, o qualche nota più cupa ed introspettiva: Cherish the Light Years vince per semplicità, la personalità vigorosa del frontman e la varietà di influenze nell’arrangiamento.

Bruxism – Trophy Wife, ovvero l’ep che mi ha conquistata al primo ascolto.

Pure di questi parlo spesso e volentieri: marchio Blessing Force, instancabili e dei dolci sonnambuli che creano un loro mondo surreale, sdolcinato ma anche malinconico e pesante.

The Horrors – Skying

Tantissime influenze e un album diverso dai precedenti. I The Horrors hanno la capacità di dedicarsi a più generi realizzando album sempre stupendi: dark, post punk, garage, o, come nel caso di questo “Skying”, psichedelico e sognante, come se la band avesse passato mesi a farsi di chissà quale -buona- sostanza. Di mezzo, poi, c’è qualche piccola influenza degli anni’90, in particolar modo gli Suede, ed è impossibile non rimanere affascinati da questa band.

Starfucker – Reptilians. Non solo gruppi di cui si è già parlato tanto, ma anche questi dannati Starfucker di Portland e il loro Reptilians che può avere qualcosa di già sentito, ma ha quelle fasi pop-elettro restano in testa anche quando non si ascoltano.

Continuerò a consigliarli fino alla nausea: danzerecci, a volte riflessivi, e gli Is Tropical -più o meno hipster- americani.

Wild Beasts – Smother. Un falsetto e un tenore che si presentano alle voci e canzoni da ascoltare in loop.

Non è una novità che i Wild Beasts siano riusciti, ancora una volta, a conquistare il loro pubblico: lo avevano già fatto con l’esordio “Lindo Panto” e “Two Dancers”.
Questo “Smother”, però, è fatto di un’altra pasta e mostra una crescita, soprattutto interiore, della band di Kendal.

Metronomy – The English Riviera. Stesso frontman-creatore, il grandissimo Joseph Mount, e nuova line-up per i Metronomy.

Tanta sperimentazione e diversi arrangiamenti (cupi, romantici, danzerecci) che si alternano in continuazione.

Washed Out – Within and Without

Un album che prende e trascina in un mondo contrastante che viene costruito da Ernest Greene attraverso atmosfere sognanti, rilassanti e magiche.

L’album dell’anno se lo merita un Artista, davvero sottovalutato in Italia, che insegna filosofia politica alle Hawaii: John Maus e il suo nuovo We Must Become the Pitiless Censors of Ourselves.

Ormai considero quest’artista IL figlio di Arthur Russell, soprattutto a livello di sound. L’album proposto da John Maus è ricco di influenze dance e synth anni ’80, ma non sono di tipo “allegro-danzereccio”, anzi sono piuttosto cupe e inquietanti.
Non solo inquietudine perché John Maus sperimenta ed ama sorprendere, in particolar modo con la bellissima e sentimentale ballad “Hey Moon”, cover della canzone di Molly Nilsson.

Ma non dimentichiamoci di:

Noel Gallagher – Noel Gallagher’s High Flying Birds. Il fratello più grande ha sconfitto il fratellino, grazie a canzoni molto dirette e un po’… Un po’ à la Oasis?

TV on the Radio – Nine Types of Lights. Come misurare l’intensità. I Tv on the Radio sorprendono ancora realizzando un album sempre molto malinconico e profondo, ma aggiungendoci qualche sensazione (più o meno) positiva. Ottimo arrangiamento e ottimo mix tra generi.

Tom Vek – Leisure Seizure . Uno tra gli artisti più innovativi, creativi e insoliti del panorama indie(??). Scrive la sua robetta in casa e aggiunge il tutto a synth poco new wave e molto più sperimentali.
Stupendo.

Friendly Fires – Pala. Potevo lasciare indietro i tre skeleton boys? Non io. Per questioni di cuore, “Pala” entra a far parte dei miei album di quest’anno, nonostante preferisca l’album omonimo. Un po’ cresciutelli i Friendly Fires, ma ancora devono farne di strada (su album, perché live a questi bei figlioli non manca niente).

Airship – Stuck in this Ocean. Pop. The Cure. E Chris degli Editors che li ha prodotti. Estremamente semplici, ma piacevoli e ancora canzoni un po’ deprimenti.

Craft Spells – Idle Labor. Live mi hanno sorpresa e mi hanno fatta innamorare. Anche l’intervista mi ha fatto capire quanto siano affettuosi. Un frontman creativo che racconta spezzoni dell’adolescenza, degli amori e della letteratura, uniti a sound energici ma a tratti anche riflessivi.

Yuck – Yuck. Varietà di influenze e tonalità che non può non farli apprezzare. Ottime schitarrate.

Bombay Bicycle Club – A Different Kind of Fix. Un album estremamente contrastante: canzoni che ti riempiono il cuore di felicità vs canzoni da suicidio (stupende, ma molto tristi). “Still” potrebbe essere una dedica ai Radiohead, ma anche questa band ha bisogno di crescere.

Flashguns – Passions of a Different Kind. Guardando il video di “Shuffle” della band poco fa citata, ho scoperto questa nuova band. Dopo un mesetto ho trovato il loro album d’esordio. Sono i fratellastri dei Bombay Bicycle Club e speriamo che, in futuro, sappiano regalarci piacevoli sensazioni.

Neon Indian – Era Extraña. Anche qui arrivano le questioni di cuore. E questo 2011 è stato l’anno che ha lanciato il più possibile questa chillwave piacevole e sognante. Tra i massimi esponenti del genere non poteva di certo mancare!

Zola Jesus – Conatus. Kate Bush su note new\dark wave e ovviamente post-punk. Una strega di origini russe che ci incanta e ci fa tornare indietro alla fine degli anni ’70.

Panda Bear – Tomboy. Il miele. L’amore. Noah Lennox. Le cotte. Io lo sposo. Sensazioni ambient, la natura, l’amore e l’amicizia. La voce incantevole e delicata di uno dei frontman degli Animal Collective. Album che resta nel cuore e nella mente.

Blanck Mass – Blanck Mass. Amo la musica ambient perché tende a rilassare. Poi arriva Benjamin dei Fuck Buttons e c’è da avere paura. L’album omonimo è davvero inquietante, cupo e queste sonorità mostrano il suicidio della natura, della società. C’è da avere paura, ma questa metà dei Fuck Buttons realizza un album poco sognante e molto più vicino alla realtà, più vicino a noi.

I went to the concert and I fought through the crowd.

Quest’anno ho viaggiato un pochetto per i concerti; ho ancora qualche segno di transenna sulle gambe (i carissimi Foals al Wireless…); ho visto band stupende.
Inizio le classifiche partendo dai live più belli (e non) del 2011.

7\1 – Does It Offend You, Yeah?
15\1 – The Ian Fays
11\2 – Band of Horses
13\2 – Sum 41
18\2 – Hurts
25\2 – Balthazar + The Joy Formidable
24\3 – Everything Everything
1\4 – Visions of Trees
2\4 – Shed Seven
5\4 – Linea 77
7\4 – Deerhunter
22\4 – Dum Dum Girls
14\5 – Esben & The Witch
20\5 – Six Organs of Admittance
28\5 – Death in Plains + Toro Y Moi
17\6 – Ash
24\6 – Battles
30\6 – Adam Green
3\7 – Wireless Festival: Summer Camp, Yuck, Metronomy, Fight Like Apes, The Naked and Famous, Foals, Pulp
8\7 – Badly Drawn Boy
11\7 – Crocodiles
21\7 – Washed Out
16\8 – NOFX
26\8 – Rock en Seine I: CSS, The Kills, Foo Fighters
27\8 – Rock en Seine II: Blonde Rdehead, The Streets, Interpol, Arctic Monkeys, Paul Kalkbrenner
28\8 – Rock en Seine III: Crocodiles, Vaccines, The La’s, Miles Kane, The Horrors, Archive
3\9 – I Day: The Wombats, White Lies, Kasabian, Arctic Monkeys
10\9 – Blonde Redhead
24\9 – Art Brut
27\9 – Friendly Fires
8\10 – Airship
15\10 – Miami Horror
28\10 – Craft Spells
29\10 – Pete and the Pirates
5\11 – Summer Camp
17\11 – The Pack A.D.
25\11 – Friendly Fires, SBTRKT, Chad Valley
26\11 – Friendly Fires, Little Dragon
27\11 – Fight Like Apes, Foe, Bitches
28\11 – La Shark
29\11 – Yuck
30\11 – Colourmusic, Dutch Uncles, Field Music, Go! Team
6\12 – Dente
7\12 – Zola Jesus

E alla posizione n° 10 troviamo gli adorabili Everything Everything che suonano al Covo di Bologna il 24 marzo.

La band propone un genere particolare dando enorme rilievo non solo al falsetto del cantante Jonathan, ma anche ai notevoli cambi di ritmo alla batteria e alle linee di basso che sono grandi protagoniste durante il live.

Alla posizione 9 ho scelto i Dutch Uncles, visti al Koko di Camden il 30 novembre.

La band si dedica a sound entusiasmanti e piuttosto danzerecci. Il cantante che balla come Jarvis Cocker, poi, non doveva assolutamente mancare in questa classifica.

Go!Team e il workout alla 8. A fine concerto ero devastata e avevo bisogno del deodorante, non per il pogo ma per quanto ho ballato.

Polistrumentisti validissimi e scatenati.

Foals alla 7 perché ho un cuore e anche se li ho visti per pochi minuti, dopo un gruppo DEMMERDA-CHE-PIù-DEMMERDA-NON-SI-PUò, “there’s a thing called love”.

Una band che boh. Esatto, non lo so. Non so perché li ho messi in classifica, ma per via dell’amore che nutro per loro dovevano esserci.

Interpol subito alla 6. L’amore (per la musica) vince sempre su ogni cosa. Quando la voce di Paul Banks inizia a scaldarsi, dopo due canzoni un -bel- po’ spente e con una voce terribile, è la fine. Quando il trio si scalda, mi sciolgo. E’ puro amore.

Prima del Rock en Seine li avevo visti a Ferrara nel 2008, perdendomi l’esibizione di Roma di maggio (DI LUNEDì) e lo show di Milano: rivederli ha fatto scattare ancora la scintilla, nonostante il taglio di capelli -terribile- di Paul Banks e al fatto che Carlos non sia più al basso…

5: The Horrors con quella loro fermezza, la freddezza nei confronti del pubblico e quella scenografia vuota e scura che si legano perfettamente alle canzoni proposte durante questo live al Rock en Seine.

Ogni tanto scappa un sorrisino a qualche componente (Joshua su tutti), ma restano sempre coerenti alla musica che fanno, anche se le canzoni di Skying regalano quel tocco sognante e psichedelico che li allontana da questa loro presenza “garage\post-punk”. Ottimi.

Alla 4 ci sono quelli che con “Suck it and see” mostrano un legame più ampio con sounds meno brit e più rock’n'roll: Arctic Monkeys (al Rock en Seine, NON a Bologna).

Proprio questo mix di suoni brit e suoni americani, durante l’esibizione live al Festival francese, me li ha fatti amare, peccato fossi intrappolata e schiacciata contro la transenna.
Molto meglio del live della settimana dopo all’I-Day (sempre stupendo, ma in Francia erano moooolto meno stanchi).

Friendly Fires alla O2 Academy di Brixton alla posizione n°3. Li ho visti sulle balconate il sabato 26\11 e non è stato lo stesso di QUEL grandissimo show del giorno prima, quando ero nel parterre, in prima fila, proprio di fronte all’uomo coi fianchi bollenti di nome Ed Macfarlane.

A Londra, poi, sono tutta un’altra cosa: dopo averli visti a Milano, con uno show abbastanza tranquillo e senza scenografia, posso fare le differenze. Scenografia, ballerine stupende, ballerini con facce da gorilla, risate, sorrisi e corone di fiori.

I Foo Fighters al Rock en Seine alla 2. E’ stato difficile dover scegliere tra loro e quelli dopo, ma dato che il britpop, o quella roba lì, mi ha distrutto l’esistenza, ho preferito mettere alla uno gli inglesi per questioni di cuore.
2 ore e mezza di concerto senza un encore, senza una pausa. Concerto divertente, emozionante e fuori dal comune: l’esperienza sopra ogni cosa. Dave Grohl è uno tra i tanti Dei da venerare.

Alla 1 ci sono ovviamente i Pulp visti al Wireless Festival. 27000 persone e un singalong interminabile per la reunion di una grande band.

Saranno degli anni ’80\’90, avranno 40 anni, ma i Pulp superano ogni band di ventenni, sia musicalmente che come presenza scenica. Va bene che ero leggermente brilla, ma ancora faccio fatica a realizzare la mia presenza là, in quel parco enorme a ballare con Jarvis Cocker.

Ovviamente ci sono altri live stupendi, tipo: Blonde Redhead che hanno suonato 2 ORE a Modena e gratis; i Field Music che realizzano un Chamber Pop delicato e piacevole; The Streets, che è un gran figo a livello di intrattenimento; Washed Out che amo alla follia e mi pento di non averlo messo in “classifica”; la mostruosità tecnica dei Battles; LA voce di Zola Jesus; la semplicità e la dolcezza dei Craft Spells; l’energia degli Yuck; le danze sui Metronomy; il delirio di Eddie Argos e degli Art Brut; il mondo dei sogni di Death in Plains e Chad Valley; la voce soul e i sound elettro dei SBTRKT.
Quasi dimenticavo: Kasabian che li ho rivalutati e che live sono il perfetto contrario di album (almeno dell’ultimo che non mi entusiasma proprio); Band of Horses e l’intensità di un loro concerto, così evocativo e piacevole; Miles Kane perché è un figlio dei gruppi brit.

Gli altri non citati non mi hanno fatto schifo, a parte quei mosci dei Vaccines, oppure le basi continue dei deludenti Does it Offend You, Yeah?, o ancora la banalità dei Summer Camp (meglio dei due appena citati, giusto per la gentilezza e per i biscottini che mi hanno offerto)…

Basta. Prossima volta parlo degli album.

Zola Jesus, il fascino della magia

Nika Roza Danilova, in arte Zola Jesus, è una ragazza di 22 anni e si presenta al Covo il 7 dicembre per proporre brani del nuovissimo (il terzo) album “Conatus”, oltre ai lavori precedenti che comprendono tre EP(“Tsar Bomba”, “Stridulum” e “Valusia”) e due album (“The Spoils” e “Stridulum II”).

Zola è una ragazzina, soprattutto per il fattore altezza che le manca, ma sul palco è una sorta di maga in grado di stregare i presenti con la sua voce così profonda, magica e affascinante, che ricorda la spiritualità di Florence Welch e l’attitudine Post-Punk e New Wave di Rachel Davies (Esben and The Witch); tra le influenze principali, che compaiono più volte durante il live, ricordo quelle di Kate Bush e di Joy Division.
Questa frontwoman, dotata di una voce carica di sensualità, è accompagnata da ottimi strumentisti che, mescolando sound dark\new wave, ambient, noise e psichedelici, creano un’atmosfera avvolgente, a tratti malinconica, cupa e dalle varie sfaccettature.
Uno show dalle tinte calde e davvero intenso in cui i sensi si mescolano e che, grazie al continuo contrasto tra luci ed ombre, raggiunge, successivamente, una certa spiritualità; una spiritualità quasi palpabile ed emozionante regalataci dalla voce, o l’incantesimo, di Zola Jesus.

Dente: tutto questo miele mi basta per un intero anno.

Il 6 dicembre sono al concerto di uno dei cantautori più amati in Italia: Giuseppe Peveri, meglio conosciuto con il nome d’arte Dente.

C’è una puntata di How I Met Your Mother, in cui gli amici parlano delle qualità di ciascuno pensando poi al “MA”, ovvero al difetto principale\fastidioso di ognuno.
Prendendo in riferimento quella scena sono riuscita a comprendere l’esibizione di questo cantautore sul palco dell’Off di Modena (scherzo, ma è un buon punto da cui partire. Più o meno).
Il concerto inizia con qualche sorriso di troppo, grazie alla simpatia di Mr. Peveri che maledice e bestemmia contro chi gli ha rubato la scaletta. Prima che lo stesso artista salisse sul palco.
I fan, o le donne infoiate in avanti, creano un vero e proprio muro, ed è impossibile passare.
Dente è accompagnato da ottimi strumentisti e le sue canzoni sono un mix tra miele, malinconia e l’amore naturale e tanto semplice di cui parla lo stesso artista nei suoi testi.
L’acustica è buona, il concerto mi prende e le canzoncine di Dente sono tanto intense; tutto ad un tratto, ecco che arriva il colpo di scena: il famoso “MA”.
Il “MA” per quanto mi riguarda è costituito da una serie lunga di sbadigli che mi costringeranno a scappare via dall’Off a 3-4 canzoni prima della fine del concerto.
Magari Dente non è il mio artista preferito, ma non lo schifo di certo: diciamo solo che queste canzoncine, dopo un po’, diventano leggermente monotone, troppo malinconiche o anche troppo da “limone” tra coppiette commosse dallo show del cantautore.
Show molto carino, ma chiedetemi di andare a un concerto di Dente solo tra un anno, o quando a trent’anni diventerò una delle sue groupie che si frega la scaletta prima dell’inizio del concerto.

Cut City e The Sound of Arrows: gli svedesi e il sogno…

Una band che arriva dalla Svezia, legata al post-punk revival, è quella dei Cut City, band attiva dal 2002 e che ha solo 163 like su facebook, dopo un ep del 2009 (“Narcissus can wait”) e un album d’esordio che risale al 2007 (“Exit Decades”).

I Cut City hanno messo in vendita, a soli 10 euro, il loro nuovo album Where’s the Harm in Dreams Disarmed su bandcamp: Cut City .

Il loro genere si avvicina a band come Motorama o ai nostrani Soviet Soviet: sempre post punk, con influenze che riprendono Interpol, Cold Cave, Editors, Echo & The Bunnymen e, ovviamente, Joy Division.
Minuscoli riferimenti di elettronica, stile new wave, si mescolano alla voce, un sospiro intenso ed interminabile, e alle sonorità leggermente cupe che riprendono gli Interpol di “Our Love To Admire” e -tantissimo- i The Cure.
Arrangiamento piuttosto sognante, ma, dato che si parla sempre e comunque di derivati del Post-Punk, tende verso l’inquietudine e, quindi, a una sorta di incubo.

Ghost Pose

Tracklist

1. Void
2. A Modest Recovery
3. The Sound & The Sore
4. Cults Revisited
5. Future Tears Todays
6. War Drum
7. The Kids of Masochism High
8. Left of Denial
9. Ghost Pose – 1) Lover, 2) Drifter, 3)
Floater

Rimaniamo in Svezia e sul tema “sogno”, ma questa volta il sogno non si trasforma in un incubo come nel caso dei Cut City: il “sogno” dei The Sound of Arrows”, infatti, è di tipo fiabesco ed è una sorta di lieto fine.
The sound of arrows, aka due ragazzi svedesi, Oskar Gullstrand e Stefan Storm, che fanno musichetta indie-elettro-pop e che ti esce fuori dagli occhi tanto che è mielosa.

Niente di nuovo: sempre la solita indie-pop-elettro amata soprattutto da ragazze infoiate, come me, e masse di gay pronti a sbavare dietro alla musica e ai due ragazzi che, insomma, meritano.
La loro carriera musicale inizia nel 2006, ma solo nel 2008 propongono il loro primo ep “Danger!” e successivamente si dedicano alle realizzazione di remix e importanti collaborazioni.
Voyage è questo album d’esordio che propone delle tracce sognanti, fiabesche e tipicamente elettropop, in cui la tematica principale è quello dello scappare via. Una fuga, però, che è sempre sognante e non si dirige verso note rabbiose o deprimenti: un album costante, piacevole ed euforico che mira al “Happily ever after”.

Into the Clouds

Tracklist

1.Into The Clouds
2.Wonders
3.My Shadow
4.Magic
5.Ruins Of Rome
6.Longest Ever Dream
7.Hurting All The Way
8.Conquest
9.Nova
10.There Is Still Hope
11.Lost City

Lioness: Hidden Treasures

Premessa: oggi non vi consiglio gruppi minchia, indie e derivati, ma una voce talentuosa che è venuta a mancare troppo presto. Se siete indie snob, se la odiate, se vi basate solo su aspetti superficiali e su quello che la stampa inglese diceva su di lei, fermatevi al nome di quest’artista.
Prendete Amy Winehouse come cantate e dimenticatevi del personaggio (falso) costruito dalla stampa, di quell’alcolizzata, della depressa, della drogata e della cattiva ragazza: Amy per molte persone era solo questo, non era una ragazza con una voce della madonna.

Prendetela unicamente come grandissima voce soul (poi il discorso piacere\ non piacere resta soggettivo) che si ispirava alle Cantanti americani, del calibro di Billie Holiday, Sarah Vaughan e Ella Fitzgerald.

Amy w/ Tony Bennett

Lioness: Hidden Treasures è una raccolta di inediti e brani che la stessa Amy avrebbe dovuto inserire nel nuovo album. E per i fan è una perla.
Voce inconfondibile, quella voce soul che scava nell’anima e che la stessa vocalist utilizzava per esorcizzare le paure, per nascondersi dalla depressione e dalle sue delusioni, amorose e non.
Lioness: Hidden Treasures è una raccolta di brani struggenti, ma anche piacevoli, raffinati e -wow- da sospiri profondi; un miscuglio tra grande soul, jazz e rhythm and blues.

Prendete Amy Winehouse solo come cantante e fregatevene dei pregiudizi: premete play e iniziate ad emozionarvi.

Tracklist

01. Our Day Will Come
02. Between the Cheats
03. Tears Dry (Original Recording)
04. Will You Still Love Me Tomorrow (2011 version)
05. Like Smoke (featuring Nas)
06. Valerie (’68 Version)
07. The Girl from Ipanema
08. Halftime
09. Wake Up Alone (Original Recording)
10. Best Friends, Right?
11. Body and Soul (Duet with Tony Bennett)
12. A Song for You